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I quaderni rimasti aperti
Ai 168 giovani alunni della scuola di Minab
C’erano matite ancora calde di mani,
quaderni aperti su parole incompiute,
e il sole del mattino, ignaro,
entrava dalle finestre
come in ogni altro giorno.
Nessuno aveva insegnato ai bambini
che il dolore può arrivare all’improvviso,
che il tempo può spezzarsi
tra una campanella e un sogno,
tra una risata e il silenzio.
Centosessantotto nomi.
Centosessantotto stelle cadute troppo presto.
E il vento di Minab, la sera,
sembra ancora sfogliare le pagine
dei loro libri rimasti soli.
Dove sono ora le voci
che riempivano i corridoi?
Dove i passi leggeri,
gli occhi colmi di domande,
i disegni nascosti negli zaini?
Le aule hanno imparato a piangere.
Le sedie vuote custodiscono la memoria.
Sui banchi si posa la polvere,
ma sotto quella polvere riposano
parole che nessuno potrà cancellare.
Madri dalle mani vuote,
padri che interrogano l’orizzonte,
finestre che attendono un ritorno
che il mondo non ha saputo concedere.
Eppure i bambini non appartengono alla morte.
Appartengono al cielo,
al canto degli alberi,
alla luce che si accende all’alba
quando il dolore tace per un istante.
Ogni quaderno lasciato aperto
è una domanda rivolta all’umanità.
Ogni banco vuoto è una ferita
che il tempo non riesce a rimarginare.
E nelle notti di Minab,
quando il vento attraversa le strade silenziose,
pare ancora di udire le loro voci:
«Ricordateci non per il modo in cui siamo caduti,
ma per i sogni che portavamo negli occhi.»
Così le stelle, una dopo l’altra,
accendono il cielo sopra la scuola,
e centosessantotto piccole luci
continuano a vegliare sul mondo,
come bambini che non hanno smesso di imparare,
come angeli che stringono ancora tra le mani
un quaderno aperto
e una parola che nessuna oscurità
potrà mai cancellare:
vita.
Johann Lubeck